Borgo

"Il culto di Aaron Sorkin probabilmente nasce da questo: non si ama mai nessuno quanto si amano quelli che ci rendono la vita difficile. Siccome Sorkin è uno sceneggiatore, figura che in genere non si presta a divismi, quelli che si sono affaticati a capire dialoghi su veti presidenziali in una lingua straniera ne hanno praticato il culto nella certezza di essere un pubblico selezionato, di appartenere ai Felici Pochi. Un po’ come si fa con certi gruppi musicali indipendenti, quelli dai quali, quando finiscono a Sanremo, ti dici deluso: li preferivo quando non si erano ancora svenduti al mercato. In queste settimane non c’è stata una rivista americana, da quelle patinate come W a quelle intellettualmente sofisticate come il New York Magazine, che non avesse il suo bravo articolo su The Social Network. Ma nessuno intervista gli attori (tra i quali un Justin Timberlake la cui candidatura all’Oscar è ritenuta certa da chiunque abbia visto il film) e nessuno si fila il regista (il non esattamente sconosciuto David Fincher): tutti fotografano e intervistano Aaron Sorkin, professione sceneggiatore."